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Cosa fare di…. un castello?

Il titolo vuol essere una domanda provocatoria. Le altre domande da porsi:

  • In che condizioni è il castello?
  • Quanti soldi hai da investire?
  • Vuoi investire nel castello per te stesso o per la collettività?
  • A chi appartiene o potrebbe appartenere il castello che ti interessa rilanciare?
  • Hai messo su carta l’idea di rilancio, l’hai riletta per controllare che funzioni davvero?
  • Hai preparato un business plan che confermi, oggettivamente, che la tua idea può funzionare e rendere?
  • Hai controllato che i vincoli posti dalle Soprintendenze non ti impediscano di mettere in atto l’idea stessa?

Vediamo un po’. Anzitutto le condizioni.

  1. Il castello può essere “di famiglia”. È in buone condizioni, tu stai finanziariamente bene, lo usi come “casa di vacanze”. Non ti importa nulla del fatto che esso rappresenti l’unico, o uno dei pochi, monumenti del paese in cui si trova. Direi che non devi fare nulla. Direi anche che nessun altro può far nulla. Buone vacanze. Nel novarese sono utilizzati in questo modo ad esempio Barengo e Morghengo.
  • Il castello è privato ed è stato integrato in una abitazione. Così resterà. Ne sono esempio i castelli/torri /Caseforti di Ameno-Lortallo,  Maggiate, Pella.
  • Il castello è pubblico, è stato restaurato – o viene restaurato – e viene utilizzato per mostre, esposizioni, eventi pubblici. Ottime iniziative, portate avanti in castelli “di bell’aspetto” come quelli di Galliate e Novara ma estremamente costose e scarsamente redditizie. Piccoli villaggi non possono permetterselo. Fra i castelli pubblici restaurati possiamo annoverare anche la “torre di Buccione” che domina il lago d’Orta. Raggiungibile con una passeggiata a piedi non viene purtroppo utilizzata al meglio, ma permette un favoloso “colpo d’occhio” sul lago.
  • Il castello è “di famiglia” ma vuoi “farlo rendere”. Puoi sistemarlo e farci un ristorante, un hotel, un B&B, un agriturismo, a seconda di dove è situato. O utilizzarne il parco per eventi di vario genere o ristrutturazione a tema. Il finanziamento è privato, anche se per alcuni interventi potrebbe essere possibile ricorrere a soldi pubblici. Nel novarese abbiamo molti castelli utilizzati in questo modo, ad esempio Oleggio Castello (Hotel ristorante), Fontaneto d’Agogna (B&B), Agnellengo di Momo (ristorante), Sillavengo (ristorante) , Ghemme (agriturismo), la torre di Pella (gelateria), Pombia (ristorante), Romagnano sesia (ristorante). Castelli che potrebbero venir utilizzati a tal scopo sono anche il castello Sella di Vinzaglio , il castello di Casalino, il castello di  Casalvolone, il castello di Casalgiate.
  • Il castello è “di famiglia” ma purtroppo, di famiglia camorrista/mafiosa o simile. In tal caso lo Stato  lo ha sequestrato. Dovrebbe venir ora utilizzato a scopi pubblico – sociali, ma le lungaggini burocratiche rischiano di farlo degenerare prima che a qualcuno venga l’idea di come utilizzarlo facendolo davvero rendere. Il castello intanto se ne sta lì e aspetta. Nel novarese l’esempio sono il Castello di Miasino, già “Villa Solaroli” ed una “torretta” a Borgomanero.
  • Il castello è “di famiglia” perché te lo sei ritrovato in eredità . Non vuoi/puoi /non ti interessa investirci. Gli esempi perfetti sono un castello in buone condizioni esterne ma internamente “anni ‘60” che sonnecchia fra risaie e tane di nutrie, cioè il castello di Proh o “Castellino di delizie”. Oppure un castello in cui è meglio non entrare, potrebbe caderti una tegola o una parte di muro in testa. Quindi se ne sta lì, anch’esso fra le risaie, e potrebbe invece rappresentare la fortuna di un villaggio fra i più piccoli del novarese,  Castellazzo con la sua “Rocca di Camodeia”.
  • Il castello è privato o pubblico ma è stato trasformato in qualcosa d’altro. Qui si può far poco se non inserirlo in un “circuito dei castelli novaresi” che potrebbe venir creato unendo i monumenti grazie ad eventi pubblici, come ad esempio un “rally dei castelli novaresi con auto d’epoca o auto elettriche” , una “corsa dei castelli”, una “settimana dei castelli”. Un tipo di valorizzazione valido comunque per qualsiasi castello del novarese. Fra i castelli diversamente utilizzati , di cui non restano che tracce, ricordiamo ad esempio Cressa (municipio), Cavaglietto (cascina), Orta (Monastero) , Ameno (Monastero) , Casalvolone (municipio), Peltrengo (cascina)
  • Il castello è privato o pubblico, poco importa, visto che si tratta di un rudere. Qui si possono valorizzare a seconda della situazione, il rudere stesso, circondandolo da un parco pubblico come è stato fatto per la Rocca di Arona o da un parco privato non accessibile come per il “Castellacio Casa dei” di Pombia. Oppure creare un parco a tema che sia esso stesso l’attrattore turistico. O ancora, se le condizioni lo permettono, avviare una ristrutturazione parziale per gradi. Esempi di castelli ormai ruderi sono il “Castellaccio delle Monache” di Lesa, il castello di Pratosesia, il castello di Briga Novarese.
  • II castello è eclettico. Significa che è stato realizzato per lo più nell’800 o inizio ‘900 quando le ricche famiglie novaresi  si dilettavano nel costruirsi abitazioni che mimassero i castelli medievali. Oggi essi rappresentano una curiosità interessante. Ne sono esempio il “Monticello” di Pombia (ristorante), castello Florio di Lesa (abbandonato), villa Cavallini di Lesa (istituto agrario Bonfantini, ma la villa è abbandonata), la torre di Carcegna (abitazione privata), i merli del ristorante *”castello” di Sillavengo (recenti)

I finanziamenti pubblici

Se l’uso è pubblico è possibile accedere a finanziamenti pubblici. Non che sia facile ma esistono vari bandi grazie ai quali lo Stato, la Regione o l’UE, oppure anche le grandi Fondazioni private possono  intervenire. Se il vostro staff non contempla un esperto di bandi vi conviene affidarvi ad un consulente. Le richieste sono sempre più complesse e l’amatorialità non paga.

Le condizioni generali sono chiare

  • Uso pubblico. Se il castello è privato occorre che venga stipulato con l’ente pubblico interessato alla valorizzazione, ad esempio il comune in cui si trova l’edificio , un “comodato d’uso”  per i successivi 10 -30 anni (la durata viene stabilita dall’ente finanziatore)
  • Business plan che dimostri la redditività dell’idea. Gli eventuali guadagni vanno reinvestiti nella ristrutturazione. Oggi nessuno più, nemmeno l’ente pubblico, e tanto meno le Fondazioni, è interessato a versare soldi a “fondo perduto” senza garanzie di redditività . Troppe volte negli scorsi decenni ciò ha significato l’immediato abbandono del bene una volta terminati i fondi pubblici.
  • Impegno a mantenere e far fruttare il bene negli anni successivi alla durata del progetto presentato. L’abbandono una volta terminati i fondi pubblici non è più ammesso. Con il che si ritorna alla necessità di avere un “business plan” realistico.
  • Utilizzo dei fondi concessi secondo le norme previste per gli enti pubblici. In altre parole gli appalti debbono essere pubblici, non è possibile assegnare i fondi di ristrutturazione alla ditta di un amico o a se stessi. Soprattutto non a se stessi.
  • Durata del progetto in genere da uno a tre anni. Deroghe sono concesse con difficoltà quindi meglio informarsi circa le richieste delle Soprintendenze e se possibile avviarne l’iter in anticipo.

Per saperne di più sui finanziamenti pubblici: http://www.marilenaroversi.com/category/come-cercare-finanziamenti/

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